La testimonianza di Fabrizio Signorelli, volontario Naga, medico e direttore sanitario ambulatorio medico.

“Fare il medico al Naga ODV significa non aver smesso di voler salvare il mondo. E’ davvero così. Significa scegliere ogni giorno di esserci, di fare qualcosa che senza di te forse non accadrebbe: curare persone che, senza il Naga, non saprebbero dove andare.

Per me, però, il Naga è stato anche molto altro. È stato l’incontro con persone provenienti da Paesi diversi, con modi nuovi di raccontare il dolore e la malattia, con culture e motivazioni religiose che mi hanno costretto a guardare il mondo da prospettive che non conoscevo. 

Lavorare qui mi ha anche obbligato a fare i conti con i miei pregiudizi. Soprattutto con quello, forse il più pericoloso, di pensare di non averne. Col tempo ho riconosciuto in me tutte le fasi di quella che chiamo “sindrome di Salgari”: all’inizio cercavo patologie esotiche, quasi aspettandomi casi straordinari. E quando questi non arrivavano, mi sembrava che le persone migranti non avessero nulla che “valesse” la pena curare. In quel momento ho persino perso il senso del mio lavoro al Naga.

Poi, lentamente, qualcosa è cambiato. Ho capito che essere utili non significa necessariamente salvare vite in modo eroico o curare malattie rare. 

Se penso a un ricordo particolare, faccio sempre fatica a scegliere. Non ho storie da telefilm medico, niente massaggi cardiaci nei corridoi o vite salvate all’ultimo secondo.

Ricordo però due uomini in giacca e cravatta seduti nella nostra sala d’attesa colorata. Erano due cantanti cambogiani che lavoravano alla Scala. Uno dei due doveva togliere dei punti dopo un intervento chirurgico. Non parlavano italiano e dal pronto soccorso li avevano mandati al Naga. Mi è rimasto impresso il loro sguardo spaesato, quasi incredulo di trovarsi lì.

E poi ricordo tante persone. Tante storie, spesso dolorose. Nessun gesto eroico da raccontare, ma la sensazione profonda che, a volte, esserci sia già abbastanza.”

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