“Dimenticare un nome appena conosciuto capita a tutti, provare a ricordarlo è un esercizio faticoso, ma significativo: dietro ogni nome si nasconde un’identità precisa, fatta di fatiche e storie. Chiamare qualcuno per nome significa uscire dall’anonimato ed entrare in una relazione autentica. In tutti questi anni con gli Amici di Marsabit abbiamo imparato molti nomi. Uno, in particolare, ha segnato le nostre vite: Nabolu. Per l’intero villaggio era semplicemente “la bambina che non parla”. Nessuno pronunciava il suo nome. Isolata e nascosta dalla famiglia, per paura e per ignoranza, viveva nell’ombra. Forti dell’esperienza del progetto Avrò cura di te, abbiamo deciso di aiutarla, consapevoli che prendersi cura di qualcuno significa prima di tutto restituirgli la speranza.
Nabolu – evidente per noi fosse affetta da sindrome di Down- aveva una grave infezione alle mani quando l’abbiamo incontrata la prima volta. L’abbiamo medicata e lei, nonostante il dolore, ci ha regalato il suo sorriso più bello. La “bambina che non parla” era riuscita a comunicarci, senza usare la voce, tutta la sua gratitudine, dandoci la forza di andare avanti per assicurarle un futuro migliore. Dopo lunghe ricerche e confronti con la famiglia, siamo riusciti a inserirla in una scuola adatta a lei, la scuola speciale di Meru, con risultati strabilianti. Oggi l’intero villaggio assiste meravigliato ai suoi progressi e tornare lì è una festa. Ora, per tutti, non è più l’ombra senza voce di un tempo: è Nabolu.
L’impatto più grande è stato sociale. La sua rinascita ha dato il coraggio a tante famiglie di superare la vergogna, uscire allo scoperto e presentarci i loro figli più fragili: Vincent, Erik, Lilian, Nkurkud, Ltuumwa, Pamela, Benjamin, Philip, Doris, Robert, Ramatu, Sali, Lazaro, Gabriel, Ntesekwa. Nabolu ha aperto una strada e speriamo di continuare a imparare a memoria i nomi di tanti altri ragazzi che aspettano solo che qualcuno, finalmente, riconosca la loro esistenza.”
Testimonianza di Nabolu
“Caro Don Donato,
in questi 10 anni sono successe tante cose. Molti nuovi ragazzi si sono uniti al gruppo perché non abbiamo mai smesso di tenere vivo il legame con Marsabit. Il tuo progetto “Un pasto al giorno” va alla grande e garantisce a tanti bambini scuola e cibo.
Ma è di “Avrò cura di te” che saresti più orgoglioso. Ricordi com’è nato? Nel 2013 abbiamo conosciuto il piccolo Halkano, gravemente malato. Valentina, Piero Pasquale e Gabriele ce l’hanno messa tutta, sfidando convenzioni e distanze per curarlo. Purtroppo, pochi mesi dopo il nostro rientro in Italia, Halkano è morto. È stato un duro colpo, dominato da un forte senso di impotenza e di colpa. Temevamo l’incontro successivo con la mamma, ma la vita sa sorprendere: appena ci vide, ci ringraziò. Ci chiese di non smettere, perché le avevamo dato la speranza e la possibilità di fare il massimo per suo figlio; voleva che anche altre mamme avessero questa opportunità.
Da quel dolore è nato “Avrò cura di te”, per assistere gli ultimi tra gli ultimi. Oggi diamo voce anche ai bambini “invisibili”, affetti da disabilità mentali o fisiche, che prima venivano nascosti o abbandonati per vergogna o povertà. Siamo fieri di ciò che facciamo e siamo certi che lo sei anche tu.
Vedi, Don Donato? Alla fine siamo cresciuti bene, siamo diventati una famiglia. Qualcuno si è laureato, qualcuno sposato, e ora ci sono tanti piccoli a tenerci compagnia. Ci supportiamo a vicenda e, anche se ci vediamo meno, sappiamo di esserci sempre. Gran parte di ciò che siamo è merito tuo e dei tuoi insegnamenti.
Noi non ci arrendiamo e andiamo sempre avanti, col pollice su!”
I tuoi ragazzi di Amici di Marsabit






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