I BAMBINI PRIMA DI TUTTO

“C’è una frase che mi accompagna da tempo: La vita di un solo bambino vale quanto l’acciaio di tutto il mondo.

L’ha detta Annamaria Moschetti, pediatra a Taranto da più di trent’anni, una che ha visto sulla pelle dei bambini le conseguenze dell’acciaieria. Una frase che oggi suona come una bestemmia nel tempo del turbo-capitalismo, ma anche come una necessità: i bambini prima di tutto. È una parola d’ordine che rimbalza ovunque: nei dati dell’Unicef, nei campi profughi illuminati da luna e stelle, nelle associazioni che continuano ostinatamente a credere che partire dai bambini significhi prendersi cura del futuro. C’è chi costruisce ospedali pediatrici in Eritrea, chi apre asili in Cambogia, chi sostiene orfanotrofi in Kenya. Pazzia? Forse. Ma di quella che salva. 

Io i bambini li incontro da anni. Da quasi vent’anni sono volontario al Besta di Milano, nel reparto di neuropsichiatria infantile, con ABIO. Ho imparato che giocare non è solo svago: è una forma di cura. Carte, pennarelli, puzzle, risate troppo forti per un corridoio d’ospedale. Tutto serve. Anche a far respirare, per un attimo, le famiglie. 

Durante il Covid, quando il servizio è stato sospeso, ho cercato altrove. Così ho incontrato Il Telaio delle Arti APS a San Siro. Un’associazione che parla di fili, intrecci, relazioni. Da più di cinque anni seguo il doposcuola: bambini delle elementari e delle medie, quasi tutti italiani di seconda generazione, bilingui, seri e ironici insieme. Qui ho ritrovato ciò che conta davvero: stare bene, ridere, sentirsi parte di una comunità. Come scriveva Cambosu: “Ho sentito un batter di telaio, e il paese non sembrava più morto”. Io direi: ho sentito ridere dei bambini. E quando succede, al Telaio delle Arti, vuol dire che qualcosa di giusto sta accadendo.”

Sergio Portas, volontario del Telaio delle Arti APS da più di 5 anni

 

SAN SIRO A SAN MOSÈ L’ETIOPE

Un viaggio attraverso distanze culturali, religiose e fisiche

“Il 12 dicembre 2021, nella ormai araba Piazza Selinunte, cuore del quadrilatero di San Siro, si svolge una preghiera congiunta fra cristiani e musulmani. La piazza si riempie lentamente: bambini, ragazzi, suore di ordini diversi, anziani arrivati qui nel dopoguerra, famiglie immigrate, abitanti delle case popolari. Tutti riuniti, guidati da un prete cattolico e da un imam. Un evento significativo in un quartiere dove l’integrazione è ancora fragile e le istituzioni spesso assenti.

Ascoltando canti e preghiere in italiano e in arabo, la curiosità iniziale si trasforma in emozione. La mente torna indietro di oltre dieci anni, alla primavera del 2010, al monastero di Deir Mar Musa, in Siria. Un luogo scoperto quasi per caso e raggiunto con un gruppo di amiche, con il desiderio di fermarsi almeno una notte. Un monastero del VI secolo, incastonato nel deserto a nord di Damasco, raggiungibile solo dopo aver salito trecento scalini.

Sulla terrazza affacciata sull’orizzonte, il tempo sembrava sospeso: tavoli condivisi, pellegrini provenienti da tutto il mondo, cibo preparato insieme. Nella chiesa affrescata si entrava scalzi, accolti da tappeti, candele e silenzio. La preghiera serale, guidata da Padre Paolo Dall’Oglio, univa lingue e fedi diverse. Nessuna distinzione, solo ascolto. Un esempio concreto di dialogo tra cristianità e islam.

La preghiera in Piazza Selinunte finisce e il presente ritorna. Non c’è il deserto, ma un tè alla menta caldo, il cibo cucinato dalle donne del quartiere, l’incontro tra persone che condividono lo stesso spazio urbano. Mar Musa non sembra più così lontana. Il monastero, restaurato a partire dal 1984 per volontà di Padre Dall’Oglio, è ancora oggi simbolo di dialogo e accoglienza. A San Siro, come allora in Siria, si intuisce che l’incontro è possibile. Basta sedersi insieme, ascoltare, riconoscersi.”

A cura di Anna Antonelli, volontaria e socia del Telaio delle Arti APS da anni

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