“Il mio primo impatto o incontro ravvicinato con un prematuro è stato traumatico e sconvolgente, considerando la routinaria quotidianità in cui vivo.

Ero in ospedale e vedo in attesa una signora, chiaramente in ansia, che continua a guardarsi intorno cercando qualcuno che si accorga di lei. La penso di una certa età ma laggiù è difficile anche stabilire l’età soprattutto delle donne che sono le più impegnate nello sforzo continuo della gestione della casa, e di tanto altro. Questa signora, nonna?, aveva un fagottino avvolto nella sua stoffa colorata. Mi avvicino e chiedo con un cenno di vedere cosa è nascosto tra le sue braccia. Apre un lembo della stoffa e vedo, immaginate la sorpresa, un bimbo piccolissimo, con le sembianze quasi di un feto. Il colore purtroppo era già tendente al blu cianotico sia per la difficoltà respiratoria del bimbo e sia per la temperatura non idonea: per noi era caldissima la temperatura ambiente, per lui era freddo!

Ho chiesto immediatamente rinforzi e affidato alle cure del nostro pediatra la piccolissima creatura. La prima cosa da fare era quella di portare il bimbo in un lettino termico e da lì sono cominciate le cure adeguate prima alla sopravvivenza, e poi alla ripresa di una vita accettabile del neonato.

Dopo molti giorni di ricovero nella nostra neonatologia, e dopo aver raggiunto i chili richiesti, mamma e bimbo sono stati dimessi in condizione utili per continuare cure e alimentazione a casa nel proprio villaggio.

Cosa ho provato? Frustrazione, impotenza e voglia di dare comunque una mano a risolvere situazioni gravissime come questa e fare anche in modo che non si verifichino mai più, se possibile. È proprio vero, comunque, che il lettino termico è basilare per potere prendere in carico in modo adeguato e con molta più facilità di riuscita le cure necessarie al bimbo o alla bimba che si affaccia alla vita e a questo mondo!” 

Pino, fondatore dell’Ospedale Pediatrico Umanitario “L’Abbraccio”

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